La nostra Storia 1960 – 1980

“La cronaca fatta storia”  fu il titolo dato a questo documento, recuperato con immagini e testi che ripercorsero la nostra Storia Sezionale. 

1960 - '70

Giunse così il giorno della sua inaugurazione abbinata alla 35° Adunata nazionale che si svolse dal 17 al 19 marzo 1962. Settantamila alpini invasero gioiosamente Bergamo. L’entusiasmo fu letteralmente incontenibile; travolse transenne, forze dell’ordine, cordoni e quant’altro potesse tenere lontana la gente dagli alpini, mettendo a dura prova l’organizzazione. Il battaglione di formazione dell’Orobica più che aprire la sfilata, dovette fendere un corridoio tra la folla per poter defluire non senza problemi sul percorso stabilito. Dopo questa esperienza, due anni dopo, si istituì il Servizio d’ordine interno. L’inaugurazione del monumento
venne fatta alla presenze della massime autorità della città e dell’ANA. Il Presidente sezionale Gori consegnò simbolicamente al sindaco della città Simoncini, alpino pure lui, la grandiosa opera che rappresenta due guglie che si elevano verso il cielo con un alpino che sale lungo il camino che le divide. Il Presidente nazionale Ettore Erizzo così ebbe a scrivere in proposito: “Il monumento sorto per vostra iniziativa in onore dei Caduti Alpini non reca simboli di morte o di caduta, ma rappresenta lo sforzo di una faticosa ascesa, il superamento di dure difficoltà. Esso quindi non sta soltanto a ricordare il passato, le sue glorie ed i suoi sacrifici, ma vuole, da quel ricordo, trarre un imperioso monito per l’avvenire che tutti gli uomini liberi e forti devono, in ogni ora della vita, sapere affrontare con tenace fermezza, per salire più in alto. Per questo è giusto che attorno a questo simbolo di fede e di forza sì adunino uomini che a quell’ammonimento sanno ubbidire: gli Alpini di tutta l’Italia” .

Ma il 1962 fu segnato anche da un grande lutto. Si aprì con la dolorosa e tragica scomparsa del “vecio can”, come scherzosamente si faceva chiamare l’avv. Ubaldo Riva, volontario della guerra ‘15-18 e decorato con due medaglie d’argento al V.M., primo presidente delle Sezione, esimio oratore alpino, letterato e poeta arguto. Nello stesso anno Bergamo perse il primato di Sezione più numerosa (10.526
soci e 164 Gruppi), superata da Torino per soli 15 soci.

Il 26 agosto, in occasione del giuramento delle reclute del 5° Alpini e 5° Artiglieria da Montagna, venne consegnata al Generale Comandante la Brigata Orobica un grande pannello di rame, opera egregia dello scultore Nani, raffigurante il profilo di Bergamo, pannello che venne poi murato all’ingresso del Comando della Brigata.

IL PIAZZALE DEGLI ALPINI

Il 1963 è l’anno della tragedia del Vajont. Immediato fu l’intervento degli alpini in armi ed anche, seppure alla spicciolata, di alpini già congedati, portando sul posto materiali, mezzi, fondi e soprattutto il loro cuore e le loro braccia per porre limite e riparo all’enormità del danno. Tra questi vi erano anche alpini bergamaschi che hanno ancora davanti agli occhi quella scena apocalittica. Nel marzo dell’anno successivo, nel teatro comunale di Belluno, il Presidente nazionale Erizzo, distribuì a nome dell’ ANA 60 targhe e le medaglie ricordo ai comandi, agli enti e ai singoli che si erano prodigati nell’opera di soccorso. “Vi chiamò il dovere, trovaste l’orrore, vi sostenne l’amore”: è la significativa epigrafe, incisa su targhe e medaglie, che sintetizza l’opera benemerita dei soccorritori.

Dopo due anni dall’inaugurazione del monumento, si completò nel modo più degno l’opera, intitolando, con delibera dell’amministrazione comunale, il piazzale dove sorge: “Piazzale degli Alpini”. In occasione dell’inaugurazione della targa, avvenuta il 23 febbraio, si benedisse un nuovo vessillo della Sezione, madrina la signora Tina Zanetti Resta, sorella del valoroso sottotenente Attilio Zanetti, fucilato in Croazia. In quell’anno, 1964, Bergamo mantiene il primato di Sezione più numerosa con 10.996 iscritti.
Nel cinquantenario dell’entrata in guerra dell’Italia, la Sezione ritenne opportuno commemorare l’avvenimento con una grande adunata alpina in città, avvenuta il 4 novembre 1965, presenti la bandiera del 5° Alpini ed una batteria del Gruppo Bergamo. Oltre duemila i soci presenti. Alla Presidenza nazionale il dott. Ugo Merlini di Lecco subentrò all’avv. Ettore Erizzo di Genova. Scomparve l’avv. Angelo Manaresi, che per tanti anni fu il “comandante” — come si diceva all’epoca — del “10° Reggimento Alpini”, cioè dell’ANA, mantenendolo in vita senza eccessive interferenze politiche. Per soli 92 soci la nostra Sezione perde il primato tra le consorelle d’Italia; venne superata da Trento. I soci sono 12.425 e i Gruppi 173.

Il ‘66 e ’67 furono anni di ordinaria amministrazione, mentre il numero degli iscritti subiva un calo (11.798 soci e 168 Gruppi) tanto che la nostra Sezione venne superata da Trento e Torino.

UOMINI SERI, UOMINI GENEROSI

In tutta la provincia si moltiplicarono nel 1968 le celebrazioni per ricordare il 25° della battaglia di Nikolajewka, ma l’anno fu caratterizzato dalla grandiosa Adunata nazionale, svoltasi a Roma dal 16 al 19 marzo, per celebrare il 50° anniversario della vittoria di Vittorio Veneto. I numerosi alpini bergamaschi ricordano ancora la imponente sfilata che si svolse in uno scenario unico nel suo genere: dai ruderi del Colosseo all’Altare della Patria lungo la via dei Trionfi. Nel suo discorso ufficiale il Presidente Merlini ebbe a dire :”Sono orgoglioso di presiedere una Associazione di uomini così. Un’Associazione che potrebbe tranquillamente aderire al movimento ‘Italia da salvare’. Non per salvare dei monumenti, dei boschi, delle opere d’arte, ma per concorrere al salvataggio del nostro patrimonio morale”. Messaggio più che mai valido.
Ma quello che rimase maggiormente impresso nel cuore e nella mente della marea di alpini, che gremiva Piazza S. Pietro, fu il discorso pronunciato da Paolo VI, il Papa bresciano. Un discorso che fa parte del patrimonio ideale di tutti gli alpini e vale la pena ricordarne uno stralcio.

“Quanti pensieri sveglia in Noi la figura dell’alpino, quanti la folla del vostro raduno! Vediamo in ciascuno di voi il campione del nostro popolo montanaro, sano, forte, credente; e vediamo nella vostra adunata uno spirito di corpo che caratterizza l’alpino italiano, che gli conferisce uno stile morale, e che lo impegna ad una particolare fedeltà al suo dovere, fino al rischio, fino al sacrificio.
Uomini seri gli alpini, uomini di parola, uomini coraggiosi, uomini generosi. Semplici, rudi, ma buoni e sinceri. Uomini che sanno soffrire, se occorre, per la causa che è loro data da difendere; e uomini che sanno cantare, al soffio di poesia che spira dalle vostre maestose e misteriose montagne”.

Il 1969 è l’anno dell’improvvisa e dolorosa scomparsa del Presidente dott. Giovanni Gori, chiamato dagli alpini “papà Gori”.
L’ultima sua relazione all’assemblea sezionale, di cui riportiamo alcuni brani, fu ritenuta a ragione il suo testamento morale.

“Chi è stato Alpino, non può non avere assimilato questo nostro spirito fatto di dovere, serenità nel pericolo, solidarietà, disciplina, onestà, amore per la propria terra e la propria famiglia; e chi questo spirito ha assimilato non se ne può liberare. Questa deve essere la base granitica su cuî fondare la nostra esistenza, la base dalla quale trarre la forza e la volontà di vivere in un mondo che purtroppo spesso tiene conto di-altri valori che non siano quelli
dell’animo e del sentimento che ci tengono uniti. L’ Alpino deve rappresentare un esempio da imitare, non solo per quanto ha saputo fare nei tristi giorni della guerra, ma per quanto di onesto e di leale sa fare nella sua vita quotidiana”.

“Non ci sarà sempre facile però, amici, seguire questa strada: vi saranno momenti in cui ci sentiremo stanchi e sfiduciati, in cui non crederemo più in niente e in nessuno, ma in quei momenti se staccheremo dal chiodo o toglieremo dall’armadio il nostro vecchio cappello, forse accadrà il miracolo, Perché solo guardandolo, solo accarezzando col dito la penna, noi ritroveremo in quel cappello non solo i nostri vent’anni ormai perduti, ma tutta la nostra antica fede e speranza in una vita migliore, più che per noi, per i nostri figli”.

 

1970 - '80 La "follia di Endine"

Al dott. Gori succedette il dott. Leonardo Caprioli. Sono gli anni
in cui all’interno dell’Associazione si discuteva anche dei pro-
blemi della montagna e sul modo e sui mezzi per affrontarli. Nello stesso tempo vari Gruppi si fecero promotori di monumenti e di cappelle. Un Gruppo non voleva essere da meno dell’altro, e in quasi tutti i paesi si videro alpini impegnati in tali iniziative. Nei giorni 18 e 19 settembre 1971 Bergamo festeggiò i suoi cinquant’anni. Alla sfilata, durata ben “tre quarti d’ora”, parteciparono ben quattordicimila alpini, facendo scrivere alla stampa: “Da dove saltano fuori tutti questi cappelli d’alpino?”. La Santa Messa, celebrata davanti al monumento all’ Alpino, fu officiata dal cappellano don Ambrogio Fiami, decorato al Valor militare, mentre il Presidente Caprioli tenne un applauditissimo discorso com-
memorativo. Nell’occasione fu benedetto un nuovo labaro della Sezione, madrina la sorella dell’alpino M.O, Sergio Abate, e fu pubblicato un pregevole numero unico de “Lo Scarpone Orobico”.
Il 16 gennaio dell’anno successivo scomparve Gian Maria Bo-
naldi, scalvino di rilievo nelle file dell’ Associazione, meglio conosciuto come “La Ecia”. Nello stesso giorno venne eletto Presidente Nazionale Franco Bertagnolli, succeduto a Ugo Merlini scomparso tragicamente. Continuavano intanto le realizzazioni di monumenti e cappelle. Clusone ebbe l’onore di avere quale oratore ufficiale, per il primo anniversario (1973) del restauro della Chiesetta di San Lucio, il grande scrittore Giulio Bedeschi, alpino e reduce dalla Russia,

LA “FOLLIA” DI ENDINE GAIANO

Il 1974 è l’anno in cui prende vigore la solidarietà, una pianta che ha radici profonde nel cuore di ogni alpino, che però non era mai stata coltivata e valorizzata al meglio. Per questo c’è voluto il cuore e l’opera del dott, Caprioli. All’assemblea annuale del 2 maggio 1974 il presidente sezionale sottolineò l’opportunità della “costituzione di squadre antincendio per un sollecito, fattivo intervento in casi di incendi dei nostri boschi”. Aggiunse poi: “Debbo esprimervi anche un mio personalissimo punto di vista, che forse a qualcuno non sarà molto gradito: abbiamo pressochè riempito la provincia di Bergamo di monumenti, chiesette, cappelle, cippi, ecc. e so che da parte di parecchi Gruppi sono in progetto iniziative del genere; la cosa è bellissima, lodevolissima, ma vedrei altrettanto volentieri altre iniziative che possano, pur ricordando i Morti per la Patria, e sempre naturalmente attraverso la collaborazione degli Alpini, essere di utilità anche ai vivi”. Quelle parole furono rugiada e acqua che diedero linfa ai virgulti di solidarietà radicati nel cuore degli alpini. Già all’inizio dell’anno il Gruppo di Calolziocorte si era distinto donando all’ospedale di Lecco un rene artificiale, grazie alle offerte degli alpini e della popolazione.

Sul numero di agosto de “L’ Alpino” apparve una lettera indirizzata al Presidente nazionale da parte di quello sezionale. “A Bergamo c’è un presidente della Sezione ANA un po’ matto, e dato che i matti fanno delle mattane, io ho posto le basi per farne una; ma devono essere matti anche quasi tutti gli alpini della sezione, perché mi hanno detto di sì, entusiasticamente. Si tratta di questo: a Endine Gaiano, un centro della Val Cavallina, c’è una caserma di carabinieri che da anni non viene più usata: l’Amministrazione di Bergamo la darà in affitto, o cose del genere, a noi, al prezzo di lire ] all’anno, per la durata di 50 o 100 anni e gli alpini di Bergamo la trasformeranno, con il loro lavoro, in un centro di rieducazione per bambini miodistrofici, poliomelitici, ecc . ecc. (…) Prima di dare il via definitivo, voglio il parere non del mio presidente nazionale (perché se tu mi dicessi di no, forse lo farei lo stesso), ma del mio grande amico Franco. Se lo riterrai opportuno, mi sottoporrò anche a una visita psichiatrica.” In calce alla lettera Caprioli aggiunse: “Quando ho preso questa decisione avevo il Cappello Alpino in testa!”.

La risposta di Bertagnolli fu immediata: “Caro Caprioli, non solo non ho intenzione di farti sottoporre a una visita psichiatrica, ma ti esprimo il mio più vivo elogio per l’iniziativa umanitaria ed altamente benefica che, per lo scopo che si prefigge, si pone nettamente al di sopra di altre opere, quali i monumenti e le chiesette. Addito l’esempio della tua sezione a tutte le nostre sezioni, in special modo le più numerose, perché ne traggano utili insegnamenti”.

Verso la fine dell’anno il presidente Caprioli, tramite “Lo Scarpone Orobico”, inviò a tutti gli alpini bergamaschi un accorato appello, proponendo di erigere un “monumento” del tutto originale: una Casa per i bambini miodistrofici. Così nacque quel gioiello che è la Casa di Endine Gaiano, all’insegna del motto “Ricordiamo i Morti aiutando i vivi”, uno striscione che drappeggiava il tavolo della presidenza dell’assemblea del 1975. Durante la stessa l’alpino Bertacchi disse, riferendosi alla Casa di Endine, “resterà a testimoniare che donare vuol dire amare” Un fiorire di iniziative per sostenere l’iniziativa caratterizzò tutto il 1975. Tutti i Gruppi in occasione di manifestazioni non mancarono di organizzare raccolte di fondi per la costruenda Casa di Endine. Allo stadio comunale di Bergamo si svolse uno spettacolo definito “indimenticabile” sotto tutti i punti di vista. Oltre 20.000 gli spettatori, organizzazione perfetta, fanfare, sport e canzoni tennero banco per tutta la serata ed al termine tutti se ne andarono soddisfatti per i soldi spesi bene a favore di un’opera altamente meritoria. Alla fine del 1975 i fondi raccolti raggiunsero i 74 milioni. 

Non mancò nel frattempo lo svolgimento di attività antincendio da parte della squadre appositamente costituite nei vari paesi di montagna e collinari.

L’AVVENTURA DEL FRIULI

La notizia del terremoto del Friuli arrivò come una bomba tra gli alpini impegnati nel cantiere di Endine. L’appello del Presidente nazionale Bertagnolli e di quello sezionale Caprioli, concordato nella riunione dei presidenti sezionali a Milano il 9 maggio 1976, diede l’avvio ad un altro incredibile moto di solidarietà. Bergamo venne assegnato al cantiere di Gemona. Essendo impossibile estrapolare il lavoro svolto dagli alpini bergamaschi, ricordiamo che, nel corso di quella che i giornali dell’epoca definirono “la più bella adunata”, sì alternarono 15.000 volontari. In quell’estate furono riparate 3.280 case, ne furono ristrutturate 76, costruite 50. Furono coperti 63.000 metri quadrati di tetti, utilizzando 822.369 coppi, 1.304.000 mattoni, 10.000 metri quadri di tavelloni.
Furono percorsi 2.337.000 chilometri con automezzi vari. L’’A-
NA spese per il mantenimento dei volontari 324 milioni. I volontari donarono al Friuli 108.000 giornate, pari a 972.000 ore lavorative. Per questo grandioso intervento alla nostra Associazione venne concesso la medaglia d’oro al valore civile.

Ma furono la riconoscenza e l’amicizia dei “fradis” il più gradito e sentito premio, così espresse in una lettera inviata da un alpino friulano il 4 giugno 1976 alla nostra Sezione:”Grazie Alpini bergamaschi! Con il cuore emozionato, con un nodo alla gola, siete stati i primi ad arrivare qui, volontari, efficienti, organizzati, decisi a lavorare duro come sapete fare. Siete stati i primi perché il 2 giugno, festa della Repubblica, ho visto arrivare le vostre ‘roulottes’ ufficio di cantiere a Udine davanti alla sede della nostra sezione ANA e subito ripartire per la vostra destinazione, Gemona del Friuli. Quel 2 giugno ci sono venuti i lucciconi agli occhi ed era un nodo che non riuscivamo a sciogliere dalla sera della
spaventosa catastrofe che ci ha colpito.”

“Guardate la prima pagina di un nostro giornale di Udine: il titolo a piena pagina dice che gli Alpini sono già qui, e siete voi alpini bergamaschi i fotografati e non a caso. Siete quindi il simbolo della nostra Associazione in questo momento. Grazie in memoria dei nostri morti, dei nostri orfani, dei nostri paesi scomparsi, delle nostre case che parlavano di fatica, di tenacia, di emigrazione, di sacrificio. E’ un Friuli che dovrà risorgere se possibile più bello di prima. I friulani saranno sempre gli stessi come voi, e una parte del loro affetto sarà per sempre dedicato a voi. Grazie fratelli apini”.
E il Friuli è risorto più bello di prima.

DONARE VUOL DIRE AMARE

Cessata l’emergenza in Friuli, gli alpini bergamaschi tornarono a rimboccarsi le maniche per la casa di Endine. Due cifre: 110 milioni raccolti dalla Sezione per il Friuli, 124 milioni per Endine, e la sottoscrizione alla fine del 1976 non faceva registrare alcuna “stanchezza”. E così, avendo avuto nel frattempo l’onore di essere citati ad esempio dal Presidente nazionale, l’11 giugno 1977 la Casa di Endine venne inaugurata da Bertagnolli e Caprioli alla presenza di migliaia di Penne Nere in festa. Da allora la Casa ha ospitato
stabilmente dei ragazzi disabili. Dopo un avvio con alcune difficoltà, nacque il tandem “La Nostra Famiglia” e la Sezione, rappresentata fino al 1996 da Gianni Carobbio ed ora da Mosè Testa, che ancora oggi porta avanti in modo egregio la gestione della Casa.
Nello stesso anno il dott. Caprioli viene proclamato “Alpino dell’anno”, un premio che va a tutti gli alpini bergamaschi, perché nella motivazione è sottolineato quanto è stato realizzato nella nostra provincia, soprattutto in riferimento alla Casa di Endine.
Dopo di allora non si può certo dire che gli alpini bergamaschi siano rimasti con le mani in mano. La grande iniziativa di Endine fu il segno di un mutamento che continua ancora oggi. I Gruppi incominciarono a impegnarsi in iniziative a sfondo sociale, mentre lo “Scarpone” inaugurava la rubrica “E gli Alpini dissero: donare vuol dire amare” , nella quale dal 1977 trovano posto le segnalazioni di raccolte di fondi a scopo benefico.

F’ un fiorire di iniziative che è impossibile citare singolarmente.
Ricordiamo per sommi capi l’acquisto e il dono di ambulanze e di apparecchiature sanitarie, la raccolta di fondi per il Centro Tumori di Milano e la Cardiochirurgia di Bergamo, l’istituzione di borse di studio, l’aiuto volontario per la sistemazione di monumenti e di edifici di valore storico e artistico, la collaborazione per creare parchi e impianti sportivi, l’istituzione di squadre antincendio e di pronto intervento e tante altre iniziative di carattere sociale e umanitario.

Gli anni '70

Quegli furono gli anni di grandi opere di solidarietà, ma furono anche anni in cui si tentò di ingabbiare la nostra Associazione, tant’è che “L’Alpino” pubblicò un’avvertenza che precisava: “Sono arrivate o possono ancora arrivare alle nostre sezioni e ai nostri gruppi richieste da parte di organi regionali tenenti ad ottenere preventivamente i programmi e le comunicazioni relative alle iniziative e manifestazioni promosse appunto da sezioni e gruppi. La
diligenza degli uffici regionali arriva persino a richiedere copia degli eventuali comunicati stampa”. Paventando che fosse “la premessa della fine dell’autonomia dell’ Associazione” si dispose che i gruppi e i presidenti non rispondessero alle richieste. Ancora una volta si ribadì l’autonomia dell’Associazione, che è sacra e non può essere subordinata a enti, istituzioni o ministeri. Un conto è collaborare con le istituzioni, altra cosa è esserne subordinati.

“MI PIACE MOLTO QUESTO CAPPELLO”

Il 1979 vede il nostro Bruno Bianchi, una delle colonne della nostra Sezione nei cantieri del Friuli, meritatamente eletto nel Consiglio direttivo nazionale. Sono anche gli anni del terrore rosso, la gente è stanca, gli alpini pure. La tentazione di schierarsi anche come Associazione è grande, ma le parole del Presidente Caprioli all’ Assemblea annuale furono chiare: “Il segreto della nostra forza è sempre stato di riuscire ad andare avanti, indipendentemente dalle scelte di ognuno di noi. Dovremmo di fatto, per forza di cose, schierarci al fianco di qualcuno, diventandone facile e comodo strumento, per essere poi, come è già capitato altre volte, essere messi da parte”.

E’ anche l’anno di un’altra memorabile adunata a Roma (19 e 20 maggio), la 52° nazionale e la quinta nella capitale, con l’immancabile incontro con il Papa, Giovanni Paolo II, in piazza S. Pietro.
Prima di consegnare al Pontefice la medaglia ricordo dell’adunata, Bertagnolli gli rivolse un indirizzo di devoto omaggio, che così concludeva: “Anche non indossando la divisa militare, il nostro simbolico cappello alpino costituisce per noi l’impegno a ben operare in ogni campo, con la speranza che il nostro esempio sia di monito e di sprone per quanti, fortunatamente pochi, hanno in dispregio il sacri valori della vita umana”.

Gli fu poi offerto un cappello alpino, che il Papa accolse benevolmente e lo posò per un attimo sul capo tra uno scrosciare di applausi, tutta la piazza esultava, ma altrettanto garbatamente lo tolse e prima di iniziare il discorso di saluto disse: “Mi piace molto questo cappello. Però devo dire che un tale cappello merita di essere guadagnato”. A questo proposito va aggiunto che il Papa il 26 agosto successivo celebrò l’ Angelus a quota 3.270 di Punta Rocca sulla Marmolada, sotto l’infuriare di una tormenta, attorniato da un folto gruppo di Penne nere che gli dissero benevolmente che il cappello d’alpino, regalatogli a Roma, se l’era guadagnato.

Nel settembre si inaugura la grande croce sul Canto Alto, sicuramente una delle opere più significative realizzate dagli Alpini.
L’impresa è stata “storica” per vari motivi, non ultimo il fatto che durante i lavori furono trovate le tracce dell’antica torre di epoca medievale. Intanto i vari Gruppi si fanno gara nel raccogliere fondi al fine di garantire il funzionamento della Casa di Endine. Fare nomi, citare Gruppi che più di tutti sì sono distinti è impossibile. Tutti nel limite delle loro possibilità hanno dato a piene mani. Dai 16.530 del 1978 si passa a 17.226 soci nel 1979, distribuiti in 209 Gruppi.
All’inizio del 1980 la Sezione dà la sua disponibilità per la realizzazione di tredici mini alloggi per anziani a Redona ed hanno inizio i lavori. Le attività dei Gruppi non conoscono requie, con il pieno appoggio delle amministrazioni locali e il consenso della gente. Ma non è sempre così, purtroppo. Un esempio: gli alpini di Gorno, avuta l’approvazione e il plauso del Presidente Caprioli, proposero all’epoca la realizzazione a proprie spese un Parco minerario pubblico con annessi musei, che avrebbe interessato e valorizzato la Valle de} Riso, terra di miniere e di minatori, ma l’amministrazione retta da un certo Guerinoni pose il suo veto adducendo “che la grandiosità del progetto stesso è in flagrante contraddizione con lo spirito di umiltà e di modestia che contraddistingue gli alpini “. Ogni commento è superfluo! L’anno si chiude con l’annuncio del terremoto in Irpinia. Al primo richiamo gli alpini di Scanzorosciate, seguiti nei mesi successivi da altri Gruppi, fecero zaino in spalla, dando l’avvio alla costruzione del “villaggio Bergamo”, per dare un primo ricovero ai senza tetto del nuovo cataclisma.

Gli anni '80 - Alpini, perché?

Anno dopo anno siamo arrivati al 1981 e sono sessanta per la nostra Sezione; anni portati egregiamente. Tutto è un fervore d’iniziative per festeggiare alla grande il prestigioso traguardo. Viene edita a Clusone la prestigiosa pubblicazione “L’Alpino in guerra e in pace” e la Sezione da alle stampe un pregevole opuscolo che illustra i sessant’anni della sua storia. Nella prefazione Scar.pù si poneva una domanda: Alpini, perché? a cui dava più risposte; ricordiamone alcune.

“E’ una domanda che, da alpino di non più fresca penna, mi pongo ogni tanto di fronte alla storia (o alle storie) di cui gli alpini sono protagonisti. Una storia di sacrifici, di rischi, di sofferenze affrontati con un coraggio, una umiltà, una forza morale che spesso non si riescono a spiegare. Una storia di atti di generosità, di solidarietà, di pietà, di altruismo che nascono spontaneamente, frutto di radici saldate in qualcosa che basta un niente per far germogliare in un modo prodigioso. L’abbiamo visto in un’infinità di episodi: sotto gli occhi di tutti c’è stata quella meravigliosa corsa verso il Friuli terremotato, e noi bergamaschi abbiamo ben presente episodi come quelli della casa di Endine dove — lasciatemelo dire — gli alpini sono riusciti a fare l’impossibile”.

“Alpini, perché? Se ci penso, finisce che mi viene in mente quell’alpino bergamasco che, mentre combatteva tra le nevi dell’ Adamello, un giorno salì su un ciglione e, calate le brache di fronte agli austriaci attestati su un altro ciglione poco più sotto, batté sonoramente la mano sul robusto posteriore sfidando contemporaneamente il rischio di un’inopportuna, ma giustificata, fucilata di risposta: “Toh, ciapa!’. Per tanto spettacolo a Cesare Battisti, che di uomini se ne intendeva, non restò altro commento: ‘Formidabili questi bergamaschi !’”.

“Alpini, perché? Una domanda, tante risposte. Ma tutte riconducibili a una sola. Tutto questo avviene perché non è una questione di “razza” o altro, ma perché essere alpini una volta si finisce con l’esserlo per sempre. E allora uno che è stato alpino è destinato a portarsi dietro un secolo di ‘storia e leggenda’. E tutto messo assieme sembra un peso incredibile da sopportare. Eppure, vi garantisco, non c’è zaino più leggero”.

Giuramento del Battaglione Reclute presso il campo sportivo militare “Gen. Utili”. Un’occasione unica e irripetibile e la stampa commentò: “Mille alzate di mano sono valse più di mille discorsi ufficiali”. Nel pomeriggio la cittadinanza fu allietata da numerose fanfare alpine che tennero concerti nei vari rioni della città; nella serata si tenne un concerto in Cittadella con la partecipazione di ben cinque cori alpini. Infine, alla domenica, la grandiosa sfilata per le vie cittadine con la partecipazione di oltre quindicimila Penne nere. Gli alpini bergamaschi erano quasi tutti presenti se si considera che la forza dell’anno era di 18.474 soci aggregati in 212 Gruppi.

Finita la grande festa, è subito tempo di rimboccarsi le maniche.
E gli alpini, come al solito, non si fanno certo pregare. Si danno gli ultimi ritocchi alla Casa per Anziani di Redona, inaugurata con grande concorso di folla nell’ottobre 1982. Intanto in quel di Dalmine gli alpini della zona danno inizio ai preparativi per la realizzazione di un Centro riabilitativo per handicappati. E’ l’anno in cui tornano nella bergamasca per esercitazioni gli alpini in armi dell’Orobica. Giunte a piedi da Silandro, la 33° e la 39° batteria del Gruppo Bergamo impiantarono il campo nella pineta di Clusone, attorniate dall’affetto e dall’attenzione di tutti i Gruppi dell’Alta Valle Seriana,

L’ADDIO AL “GOMITATOIO”


Andare nella sede di Porta Nuova per i Capigruppo era un grosso problema. La zona era una selva di cartelli di divieto di sosta e in quella giungla era facile imbattersi in una multa. Per i dirigenti e gli addetti era un tormento. Dovevano operare in un “buco” dove la Sezione non solo ci stava stretta, ma anche di traverso. C’era uno stanzino per il presidente, un unico locale per sbrigare tutto il resto dell’attività, comprese le riunioni, tanto da essere chiamato — l’arguzia non manca mai agli alpini — “gomitatoio”, perchè quando ci si trovava più di tre, in quello spazio angusto, era un continuo dare e prendere gomitate.Nel 1983 hanno inizio i lavori per una nuova Sede nel complesso dell’antico Lazzaretto. “Lo Scarpone Orobico” esce con un editoriale a tutta pagina: “E così è fatta. Dal mese di luglio gli alpini stanno lavorando per realizzare la nuova sede della Sezione. Il posto è molto bello e di spazio ce n’è abbastanza”. Il Lazzaretto – che era stato luogo di ricovero di appestati, di colerosi, di truppe di transito, per poi diventare caserma prima del suo definitivo abbandono – stava risorgendo a nuova vita per volontà del Comune, quale sede di associazioni.

Agli Alpini toccarono dieci “celle” per un totale di circa 250 metri quadrati. La sistemazione fu studiata dall’ing. Ulisse Marchiò, coadiuvato “sul campo” dal geom. Raoul Chiesa. E così al Lazzaretto cominciarono ad alternarsi squadreli volontari provenienti da tutta la provincia. Senza di loro, senza gli alpini che al sabato e alla domenica hanno dato il loro generoso contributo di manodopera, una realizzazione simile non sarebbe stata possibile. E sarebbe stato altrettanto impossibile se non vi fosse stata la generosa gara di offerte di denaro e di materiali. Il periodico della Sezione aveva indicato anche delle “quote di acquisto simbolico del materiale occorrente” e precisamente :’mattone £. 10.000; trave £. 50.000; pilastro £. 100.000; mobilio £. 500.000 cadauno; naturalmente si accettano offerte di qualsiasi entità, da lire 1 a lire 1.000.000”. Ma la generosità degli alpini non conobbe limiti.

Il 1983 fu anche l’anno in cui si svolse la prima adunata sezionale che si tenne a Zogno, uno dei Gruppi più rappresentativi della storia della Sezione. Fu anche l’anno della memorabile 56° adunata nazionale a Udine. Esattamente sette anni dopo l’arrivo di quel “mostro” che aveva cancellato paesi, ucciso uomini, disperso famiglie e diffuso terrore, gli alpini erano tornati per riconfermare la loro partecipazione e il loro affetto al popolo friulano.
Rompendo per la circostanza la tradizione, la sfilata non avvenne per regioni e per sezione ma per “cantieri”. Una marea di “veci” e “bocia” bergamaschi marciarono commossi dietro lo striscione che indicava il “cantiere” di Gemona. Scrisse la stampa : “Molti, tra la folla piangevano. Perché? Perché certi sentimenti autentici sono insopprimibili”. E per finire in bellezza lo stesso anno l’alpino Agostino Da Polenza, socio della nostra Sezione, raggiungeva la vetta del K2.

La nostra storia per immagini 1960 - 1980

con le didascalie originali delle foto, così come pubblicate nel documento “La cronaca fatta storia”

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